SS.FF. – Che mi hai portato a fare su Trantor se non mi vuoi più bene? – una lettera aperta su un piccolo ma significativo evento.

Questo è un intervento scritto da Denise, appassionata lettrice (non necessariamente e non solamente di genere), amica di tanti altrettanto appassionati lettori, frequentatrice di science fiction convention dal 1988, maniaca di DFW e da poco tempo autrice essa stessa (spesso insieme a Ugo Polli); di alcuni racconti «transgender» se mi si passa il termine (noir, giallo-storico, horror-politico, fanta-stico/scienza?) e di un romanzo breve di fantascienza, letto molto di più dai lettori mainstream che da quelli di fantascienza…

Questo intervento nasce dalle interessanti discussioni – live con Ugo Polli e virtuali con tanti altri (amici anche in real life, o solo di fb) – intorno a quella che personalmente considero un evento-seme, un punto di svolta, un’occasione meravigliosa… la querelle NA: per sintetizzare – e per chi non c’era – la pubblicazione da parte della nota e prestigiosa rivista Nuovi Argomenti di un numero «ispirato alla SF italiana».

Perché voglio scrivere questo intervento? Perché penso, immodestamente, di poter scrivere al di sopra delle parti: sono molto più lettrice che scrittrice, conosco l’ambiente della SF dagli anni ’80, da quando non c’era Delos, Fantascienza.com, la Kipple, il Connettivismo etc….. Perché non ho una casa editrice, una rivista, non appartengo a nessun gruppo, a nessuna scuola – benché gli amici connettivisti a volte mi abbiano adottato :-). Perché anche, pur conoscendo tutti «di qua», conosco alcuni anche «di là»: Vanni Santoni alias Territorio Nemico che ho incontrato a Torino Una Sega – kermesse di reading collettivo scherzosamente anti-Salone di Torino e Paolo Zardi che ho conosciuto in un percorso diverso, tramite il suo libro di racconti Antropometria e gli editori della Neo Edizioni, conosciuti a loro volta ad una fiera del libro a Pisa.

Quindi incontri causati dall’amore per la lettura, per la narrativa, per la letteratura.

Tutto questo per sgombrare il campo da dubbi eventuali (Nessun Dubbio eh eh) sul perché o sul come…

Quello che a me interessa è provare ad esprimere il mio parere sulla questione «narrativa» e «narrativa di genere» in Italia e cercare di costruire un quadro comune, uno spazio comune, forse un linguaggio comune in cui gli interlocutori possano parlare. Perché la prima cosa che è per me ormai è chiara è che spesso le persone non trovano una via perché semplicemente parlano lingue differenti. Perché ciò che per uno è pregevole o prezioso, per l’altro è da aborrire e viceversa.. e non parlo della banale «questione di gusto». Confrontandomi in questi ultimi anni (e da sempre), come autore (e come lettore), con altri autori (e con altri lettori), da Ricciardiello ad Asciuti, da Cola a Vietti, da De Matteo a Mastrapasqua, da Santoni a Zardi, ho capito che -semplicemente – i criteri con cui ognuno realizza i propri oggetti narrativi sono differenti, tecnicamente differenti: si perseguono obiettivi diversi, si considerano difetti quelli che per altri sono pregi… E notate che non sto parlando del risultato: sto parlando di differenze di intenzione. E queste sono a mio avviso le più importanti: infatti potrebbe addirittura accadere che un lavoro di un autore A sia molto apprezzato da un lettore B … per motivi del tutto diversi da quelli per cui A ha deciso che il suo lavoro fosse buono e valesse la pena di essere completato…

Il punto è che il lettore consapevole (ammesso che esista) sa benissimo cosa gli piace e perché. E man mano che evolve, nella sua ricerca e nella sua esperienza, diviene sempre più capace di capire cosa gli interessa e cosa no.

Il primo punto che un autore deve risolvere, secondo me è: qual’è il tipo di lettore consapevole che può amare quello che io scrivo?

Se andiamo a vedere bene, sia il lettore di Volo sia il lettore di Eco sono lettori consapevoli. Anche i lettori dei romanzi del premio Strega. E anche i lettori di Urania. Sono solo lettori diversi, che cercano cose diverse. Ma sono (per la maggior parte) lettori consapevoli che hanno chiaro cosa è «buono» per loro e cosa no. Cosa piace a loro e cosa no. E io sono convinta che sì, ci siano partigianerie, gruppi prezzolati, strategie di marketing… non sono ingenua: ma alla fine, quali che siano i motivi per cui un lettore «apprezza» qualcosa, resta un lettore che «apprezza» quella cosa e la difenderà a scapito di altre. Che sia intellettualmente onesto o no, non ha davvero importanza. Pensateci.

Quindi: abbiamo diverse classi di lettori. E su queste si mappano diverse classi di scrittori, perché comunque uno scrittore è – deve essere – prima di tutto un lettore. Tipicamente cercherà di scrivere ciò che ama leggere. Anche no. Di nuovo, non ha importanza. Ha importanza però quali siano i suoi obiettivi, quali cose ricerchi: realismo? moralismo? divulgazione scientifica? esercizio di stile? mattoncini accademici da inserire nella storia della letteratura? la dimostrazione della propria cultura? la dimostrazione che si sappia cosa sia il postmodernismo? che lo si conosce ma si è vista una strada per superarlo? l’ambizione ad un premio? la soddisfazione del pubblico di una certa rivista? di una certa comunità? di un certo ambiente?

Secondo me chiunque scriva ha in mente – non può essere altrimenti – un obiettivo: scrivere il proprio capolavoro (! ex: Dan Simmons), vincere il premio Kipple o il premio Strega o un concorso con premi in denaro, pubblicare sul New Yorker o sulla Harper…

Prendere atto del relativismo ci aiuta a capire chi abbiamo davanti quando scriviamo: consideriamo quanto leggiamo sul web, in forma di critica o anche di semplici impressioni o di recensioni; si può trovare praticamente qualunque affermazione su singoli romanzi o singoli autori. Se immaginassimo una sola persona che scrive tutti questi commenti, immagineremmo uno schizofrenico… se uno dovesse cercare lì, in questa opinione «del web» un orientamento per capire cosa sia «meglio» e cosa sia «peggio» impazzirebbe… … e non parlo di «lobby»; ho visto molte affermazioni davvero sincere che appaiono incredibili… ho letto e sentito persone davvero in buona fede difendere o attaccare diversi ‘oggetti narrativi’ per motivi che altri nemmeno comprenderebbero… Il background dei lettori è diverso, quello che viene da loro cercato è diverso. Tutti questi «tipi di lettore» partizionano l’insieme totale in una serie di sottoinsiemi.

Ognuno di noi sa cosa ama leggere e sa cosa scrive, cosa può scrivere… e può collocarsi in uno dei sottoinsiemi. Qual è il problema, allora?

Il problema è che questi insiemi sono normalmente chiusi: è difficile migrare da uno all’altro. Ed eccoci al casus belli: scrittori che scrivono per Robot (e Kipple e Urania etc..) non scrivono per NA (e altre riviste di quel tipo) e viceversa. Semplicemente non succede. Sono sottoinsiemi che o si ignorano o si conoscono ma non comunicano.

Quindi ognuno ha la sua nicchia? il suo ghetto? la sua piccola cerchia di plaudenti? no, io vorrei che non fosse così. Vorrei leggere buoni racconti tout court. E secondo me il confronto fra autori può solo migliorare la qualità degli oggetti narrativi prodotti: ci sono lettori e autori che apprezzano Simmons e Peace, Wallace e King, Vidal, De Lillo, Ellroy e Herbert, Farmer, Dick, Wolfe, Lethem e Delany. Ci sono lettori per cui è importante l’originalità della struttura, la raffinatezza della lingua: ma anche la forza della storia, la profondità della riflessione. Il rispetto per il lettore: il lettore vuole storie e personaggi; motivazioni, urgenze. Noccioli. Un racconto riuscito è una piccola opera d’arte, qualcosa che resta dentro, qualcosa che è piccolo perché l’autore ha tolto tutto quello che non serve. Ed è rimasto solo l’essenziale. Ogni occasione che abbiamo di pubblicare un racconto dovrebbe spingerci a scrivere il nostro miglior racconto: il «Per sempre lassù» della nostra vita.

Possiamo almeno provarci? La fantascienza non deve essere un alibi per rinunciare in partenza a scrivere bene. La storia della letteratura di sf più recente dipana una teoria di opere eccezionali: dopo Dick e Ballard e Shiner e Delany… ci sono stati Gibson, Sterling, Stephenson, Simmons, Lethem, Stross, China Mieville e… Wallace… e quanti altri?

Abbiamo bisogno di confrontarci con il meglio negli altri per tirare fuori il meglio da noi. E di staccarci dai cliché, cioè da quelle idee che sono state così buone da diventare ormai topoi del genere. Dobbiamo superarle. E questo è difficile: è difficile per chi non le conosce, ché rischia di proporre come nuovo (che sia uno stile, un’idea, una suggestione) quello che già esiste e già è stato rivisitato e già costituisce quanto si vuole superare; ma anche per chi le conosce, ché rischia di ripetere più o meno consapevolmente ciò che permea profondamente il suo background culturale.

C’è un lettore che vorrebbe leggere, su Robot – come su NA – racconti di questo tipo, che vorrebbe scrivere all’autore: «Scrivi come Ellroy». «Mi ha ricordato De Lillo». «Ho colto il riferimento a Delany». «Bel superamento della tematica dickiana …». Un lettore che vorrebbe vedere quel vento di cambiamento – nello stile, nei temi – che da sempre ha caratterizzato la sf: un lettore che non vuole opere che «sembrino di …” né opere che «prescindano da …”. Autori innovatori e bravi.

Questo lettore secondo me esiste.

E vorrei che tutti scrivessimo / scrivessero per lui.

Denise Bresci

Della stessa sostanza di cui sono fatti i totani — We are such stuff as squids are made on

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